Il Bastone di Asclepio

Conversazioni su medicina e tecnologia

Il Bastone di Asclepio - Conversazioni su medicina e tecnologia

iHealth: la salute nelle mani dei pazienti?

TIME mag YOUErano gli ultimi spiccioli del 2006 quando Time Magazine diede alle stampe una copertina destinata a diventare celebre e a fare in fretta il giro del mondo.
Avrebbe dovuto essere l’ormai consueta copertina di fine anno dedicata al personaggio più importante di un anno ormai al termine ma invece di una persona Time Magazine decise di dedicare la copertina alla sagoma di un PC (di un MAC, ad essere precisi) con un monitor simile alla schermata di YouTube, capace di riflettere l’immagine di chi guardava e con la scritta “YOU” ben in evidenza.

All’interno della rivista, le motivazioni del premio e la genesi della copertina erano affidate a Lev Grossman, scrittore e collaboratore fisso del Time, che nel suo articolo cantava le lodi “magnifiche e progressive” del Web 2.0, termine in realtà fuorviante, allora ancora recente, e oggi a dir poco abusato.

Grossman sosteneva che la teoria del filosofo scozzese Thomas Carlyle, secondo la quale sono i pochi, i grandi e i potenti, a dar forma al nostro destino di specie, fosse ormai superata, e che, nel 2006 in particolare, avesse subito un durissimo colpo.

In quell’anno, infatti, – spiegava Grossman – aveva cominciato ad affermarsi una storia che non era più rappresentazione appannaggio di pochi uomini – grandi e potenti, appunto – bensì una storia fatta da comunità in grado di collaborare come mai prima era stato possibile. Una storia costruita attraverso la conoscenza diffusa di Wikipedia e dei milioni di canali YouTube, dalle persone che avevevano cominciato ad abitare quella “metropoli in rete” che era allora MySpace (l’inclemenza di cui il tempo è capace la dice lunga su quanto in fretta le cose possano cambiare; allora MySpace era ancora in voga ma oggi la stessa definizione potrebbe essere tranquillamente adottata anche per Facebook o Twitter o per i “quartieri alti” rappresentati da LinkedIn).

Il nuovo Web cantato da Time Magazine veniva definito come uno strumento che mette assieme i contributi di milioni di persone, rende queste persone significative e consente loro di poter fare la differenza, di contribuire, di cambiare il destino del mondo.

Ecco perché – in virtù del fatto di aver preso in mano le redini dei media a livello globale, di aver fondato e definito la nuova democrazia digitale, di lavorare gratuitamente per il bene comune e di essere in grado di battere i professionisti dei media al loro stesso gioco – Time Magazine poteva affermare che la persona più importante del 2006 fosse quell’io (tu, voi, poco importa: comunque YOU) che si rifletteva sulla copertina a specchio.

Il Web 2.0 diventava ufficialmente quell’opportunità di potenziare se stessi prendendo in mano le redini di quel dialogo – più o meno – genuino tra persona e persona, tra singolo e collettività, che oggi ben conosciamo e sul quale continuano a essere versati fiumi di inchiostro e di bit.

Di lì a qualche mese, Apple avrebbe presentato il primo smartphone degno di questo titolo (per quanto ancora non proprio perfetto). Il primo modello di iPhone risale, infatti, al 2007. E quante cose siano cambiate da allora nel mondo degli smartphone e nel mondo abitato dal “popolo del web” lascio a voi ricordare.

Questa lunga premessa per dire che, vuota per quanto possa a volte suonare, la retorica del Web 2.0, questa apologia del potenziamento dell’uomo grazie alla tecnologia, queste nuove, prospettate possibilità di prendere in mano il proprio destino, di essere protagonisti dotati di una nuova consapevolezza e di nuovi strumenti (il cui miglior cantore è probabilmente l’americano Clay Shirky) ha assunto contorni sempre più definiti con il passare del tempo e, oggi, le nuove tecnologie hanno ampiamente dimostrato di essere realmente in grado di potenziare l’utente.

Ivi compresi i pazienti alle prese con la propria salute (quanto meno con gli aspetti legati al controllo della stessa).

Copia di ihealthlogoEcco perché la presentazione dei prodotti iHealth del 15 marzo scorso ci ha fatto pensare che, forse, la telemedicina in Italia (almeno in alcuni suoi aspetti) possa avere maggiori probabilità di crescere e affermarsi se affidata alle mani del paziente, in tal senso fornendo anche un’ulteriore prova concreta del “potenziamento” dell’uomo comune grazie alle nuove tecnologie.

Ma che cosa fa iHealth?

Produce strumenti tecnologici che aiutano le persone a tenere sotto controllo i propri parametri biologici e, in senso lato, la propria salute.

I prodotti iHealth sono distribuiti in Italia da GIMA, storico distributore di prodotti medicali e garanzia certa di qualità e affidabilità dei prodotti venduti, e sono tutti interfacciabili in rete grazie ad una App, disponibile per i principali sistemi operativi, sviluppata all’uopo e dall’eloquente nome di iHealth MyVitals.

Grazie ai prodotti iHealth, smartphone e tablet si trasformano in una sorta di stazione diagnostica avanzata, economica (l’app iHealth My Vitals è gratuita e può essere scaricata indipendentemente dal fatto di avere i prodotti iHealth, i cui prezzi sono peraltro decisamente abbordabili) e semplice da utilizzare per rilevare, tenere sotto controllo, archiviare e condividere con il proprio medico i summenzionati parametrici biologici.

ihealth all 2I prodotti – che vanno, per ora, dai misuratore di pressione a braccio o da polso, al glucometro per misurare il livello di glucosio nel sangue, a due bilance wi-fi, per il peso e l’indice BMI la prima e per ben 7 altri componenti di analisi la seconda – sono tutti certificati, belli da vedere grazie alla cura particolare posta nei confronti del design (di evidente matrice Apple; la sede di iHealth è contigua agli uffici Apple di Cupertino e lo sviluppo dei prodotti è condiviso con i tecnici della mela), semplici da utilizzare e dotati di tecnologie avanzate, davvero capaci di trasformare il ruolo del paziente da – a volte – riluttante comprimario a protagonista del proprio benessere (addirittura, forse, incoraggiato a superare la propria riluttanza grazie al richiamo della sirena tecnologia).

Inoltre, non dimentichiamoci che l’Italia parrebbe essere uno dei Paesi con la maggiore concentrazione di smartphone al mondo (non solo “cellulari” ma “smartphone”, la differenza, anche solo in termini di prezzi, non è poca cosa).

Certo, forse il loro valore di status symbol è ancora più alto rispetto all’effettiva capacità di utilizzo, ma lentamente si comincia a comprendere che quelle tavolette eleganti, a volte austere a volte colorate, sempre zeppe di tecnologia possono fare ben altro che telefonare, gestire sms e posta elettronica e farci giocare lanciando con una fionda gli irati uccelli suicidi protagonisti di una delle app per il tempo libero più amate in assoluto.

Si dirà che gli anziani ai quali i prodotti iHealth potrebbero interessare maggiormente non saranno mai in grado di gestire tutta questa tecnologia.

Luoghi comuni!

Alcuni “anziani” ne sanno più dei loro nipoti; il che potrebbe fornirci un indizio da seguire alla scoperta delle possibilità inespresse dei nostri anziani (con le giuste sollecitazioni…). E comunque, inutile negarlo, il nostro potrebbe essere un magnifico paese per vecchi ma al momento è sicuramente un paese di vecchi, destinato, negli anni a venire, a veder crescere in maniera esponenziale il numero di anziani.

Se a tutto questo aggiungiamo il contributo che la maggiore autonomia del neo “paziente bionico“ potrebbe dare al calo della spesa sanitaria (al momento assorbita all’80% – come ha sottolineato durante l’incontro il Dr Aurelio Sessa, Presidente SIMG Lombardia – dalla cura di patologie croniche), dovrebbe essere chiaro che questi strumenti e il relativo applicativo configurano una convergenza importante in direzione di una sanità più snella, più efficiente e, non ultima, più efficace.

Ma il sistema in che modo si sta muovendo per favorire l’utilizzo della tecnologia per la soluzione dei problemi in ambito sanitario?

Francamente, a noi non è ancora chiaro, nonostante i ripetuti tentativi di approfondire la questione.

Non è semplice capire se e come si stia muovendo. A volte persino se sia a conoscenza che questi strumenti (e molti altri specificatamente sviluppati per la parte professionale della sanità) esistono e stanno cambiando la faccia della medicina da ormai “qualche” anno (vogliamo dire una decina?).

Di certo, rispetto al passato, alcuni di questi sofisticati strumenti che contribuiscono a comporre il complesso universo della telemedicina sono oggi a disposizione di chiunque voglia trarne beneficio.

Nel suo articolo sul Time Magazine di quasi sette anni fa, Lev Grossman concludeva parlando del Web 2.0 come di un “esperimento sociale su vasta scala” che potrebbe anche essere destinato a fallire.

Ma il Web 2.0 è anche un’opportunità – continuava Grossman – per costruire consapevolezza (o conoscenza, se preferite). E non da politico a politico o da uomo di potere a uomo di potere ma da cittadino a cittadino, da persona a persona.

Aziende come iHealth ci offrono una possibilità simile nel nostro rapporto con la medicina. I prodotti interfacciati in rete potenziano le nostre possibilità di “comprendere” e prenderci cura di noi stessi nei limiti delle nostre conoscenze, dando, al tempo stesso, una mano a coloro che dei pazienti sono chiamati a prendersi cura.

Il “fai da te”, quindi, aiuterà la telemedicina a far comprendere meglio al sistema sanitario nel suo complesso il valore della tecnologia integrata nelle pratiche mediche?

Noi tendiamo a credere di sì e i prodotti iHealth potrebbero riservare sviluppi interessanti, che vanno ben oltre il loro valore di strumenti di monitoraggio.

Staremo a vedere come evolverà questo (relativamente) nuovo mercato, soprattutto in relazione al consumatore/paziente, oltre che in relazione ai medici ancora alle prese con i molti nodi della cartella clinica elettronica.

Come non essere almeno un po’ curiosi?

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Category: Telemedicina

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